Pensieri sconnessi e farfugliati.

27 di Gennaio, 2020 - - Commento -

 

 

 Un’amica mi ha consigliato di tenere un diario, scrivere di me, raccontare la galassia che intravedo tutte le volte che mi guardo dentro. Io, diligente, sono andato a comprare un bel quaderno, con la spirale e la copertina rigida come piacciono a me. Per lo strumento di scrittura ho avuto qualche difficoltà in più, meglio una sfera o un portamine, una stilografica o una penna a inchiostro gel? Voi mi direte, ma non facevi prima a battere i tuoi ditini su qualche tasto a caso e avevi risolto. A parte il fatto che mi avete già fatto venire il dubbio su come sia corretto scrivere, ditini o ditine? All’Accademia della Crusca l’ardua sentenza. 

Se devo scrivere allora datemi un foglio, far correre l’inchiostro aiuta i pensieri a fluire ad organizzarsi, a coalizzarsi in un periodo di qualche senso. 

Rileggendo quello che ho scritto fino ad ora non so se poi son riuscito a trovare un senso, ma tant’è.

Adesso sono pronto, ho il mio quaderno, la mia penna (ho optato poi per una penna a gel) e un bel vuoto pneumatico proprio lì dove dovrebbero scaturire pensieri da scrivere. Pensavo fosse più facile, d’altro canto siamo stati abituati a scrivere fin da piccoli, invece non è un atto per nulla scontato. Faccio un paragone con quello che conosco di più, la fotografia. Che la parola fotografia significhi scrivere con la luce lo sa anche Ada che ha pochi mesi, va da se che usiamo le immagini, i nostri scatti per raccontare. Raccontare una storia, un’emozione, descrivere un luogo, denunciare un sopruso o una mancanza. Tutto parte da un’idea, un pensiero che spinge per palesarsi al mondo, allora lo prendi, lo osservi, cerchi di srotolarlo per togliergli tutte le pieghe e dai vita a quello che comunemente viene chiamato portfolio fotografico. Quella serie di foto che faticosamente hai guardato, scelto, scartato, tagliato, rimesso insieme cercando di dare un senso a quel bisogno impellente di dare voce alla tua anima.

 Alla fine dei giochi creare un bel portfolio o scrivere righe che abbiano un senso compiuto è un po’ la stessa cosa, l’espressione di quella voce interiore che tendiamo troppo spesso a dimenticare. Allora seguirò il consiglio della mia amica e userò il bel quaderno che ho comprato per buttare giù idee, trascrivere emozioni che serviranno poi a prendere la macchina fotografica con una maturità diversa, più accesa e delineata, per usare anch’essa come una penna di luce.

Sarei stato felice, aprendo la porticina interiore, di trovare un bel sole splendente e invece un vento gelido e rabbioso mi ha fatto fare un passo indietro, barcollante. Un mostro vigliacco e subdolo ha morso mio padre conficcando gli artigli in molte delle sue aree geografiche. La sensazione quando il dottore, con fare sbrigativo, ci ha vomitato sul muso una condanna a morte infiocchettata da parole ridondanti, è quella spossatezza mista a rabbia di quando hai fatto a cazzotti con qualcuno più grosso e hai avuto la peggio. Da quel momento accompagni un vuoto formatosi come d’incanto nelle pieghe tra la gola e lo sterno, una voglia inespressa di urlare. Per mia formazione non ho paura della morte, una liberazione per l’anima che ritorna alla luce. L’impotenza nei confronti del dolore è la lama che mi taglia a pezzetti ogni momento, che toglie lucidità e mi lascia immobile a guardare il vuoto. Lui ha sempre avuto mani belle, affusolate, quasi da pianista, non quegli stecchi adunchi che afferrano il secchio tra i conati di vomito. Proprio da quelle mani che mi hanno sorretto tante volte, che mi hanno accompagnato indicandomi discrete la strada, sono voluto partire per raccontare con la luce. Il mio peregrinare tra ospedali, corsie, ambulatori ha cominciato ad essere scandito da momenti che cerco di fermare in uno scatto, dando voce ai fantasmi che mi abitano.  Un demone va sempre esorcizzato e il mio crocifisso ha la forma di una fotocamera.

Vi lascio con un pezzettino di quello ho dentro in questo momento.

 

 

 

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